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Non so se avete visto il servizio de “Le Iene” andato in onda su Italia1 il 10 marzo scorso, riguardante le adozioni illegali ad Haiti.

Se non avete avuto occasione di vederlo, ve lo ripropongo:

  

Il servizio ha suscitato non poche reazioni.

Infatti, si è osservato che, da un canto, i due giornalisti hanno avuto il merito di mettere in luce, senza ipocrisie, un “lato oscuro” di certe “adozioni internazionali”.  Ad un certo punto, però, avrebbero dovuto fermarsi. E’ stato inutilmente crudele far credere ad un bambino di cinque anni che aveva finalmente trovato una mamma ed un papà.

Le Iene, dal canto loro, hanno risposto alle critiche ricevute con una lettera inviata al CIAI (Centro Italiano Aiuti all’Infanzia), di cui riporto il testo (Fonte: Genitori si diventa):

<<Buon giorno, sono Angela, l’inviata de LE IENE che insieme a Marco e a Pedro, (l’autore), ha realizzato il servizio ad Haiti. Ho letto personalmente tutte le mail ricevute e volevo ringraziarvi per aver voluto condividere con noi i vostri dubbi, dissensi e rimproveri.

Le domande che ci sono state fatte sono molte ma essendo una sola la spiegazione di quello che è successo, ho pensatoche la cosa più giusta fosse rispondere a tutti con la stessa mail. Spero che nessuno  possa sentirsi offeso per questo.

Prima di tutto la cosa più importante credo sia  rassicurarvi dicendovi che L’Unicef si sta occupando di Moise, e non solo di lui ma di tutti i bambini dell’orfanotrofio. Detto questo, condivido la vostra disperazione. Non potete neanche immaginare la sofferenza che abbiamo respirato e che, ancora oggi, ci stiamo portando dentro. Purtroppo il servizio non è niente rispetto a quello che abbiamo visto, sentito e chetutti i giorni succede laggiù.
 
Scrivervi è difficilissimo. E’difficile mettere in parole il dolore che io per prima non sono riuscita ancora a piangere fino in fondo. Ovviamente nessuno di noi voleva coinvolgere i bambini. Sarebbe stato folle solo pensare il contrario. Purtroppo quello che è successo è stato imprevedibile… sia emotivamente che tecnicamente.

La decisione di presentarsi come una coppia desiderosa di aver un bambino è stata dettata dalla necessità di verificare la tratta dei minori sul campo, muovendoci come chi compra i bambini si muove. Noi eravamo là consapevoli che dovevamo fare solo  due cose: proteggere i bambini e verificare la compravendita dei bambini stessi. Detta così sembra la cosa più semplice del mondo, soprattutto se seduti a casa propria sul divano… e perdonatemi se sembra una provocazione ma vi giuroche non lo è; io per prima sarei indignata quanto voi nel vedere un servizio che solo lontanamente paventa uno sfruttamento di minori!
 
La realtà è ben più complessa e violenta ad Haiti e forse, se noi abbiamo una colpa, è quella di non averla spiegata fino in fondo nel servizio. La violenza di cui parlo non è quella delle armi, dell’aggressione, non è quella fisica ma è la violenza della sopravvivenza, che si cela dietro una mano tesa, un sorriso, un pianto… La violenza subdola  che scardina ogni morale, ogni limite etico,  che legittima, in nome di ‘ce la devo fare’, qualsiasi gesto e scelta… che rende ogni momento una occasione per trarre profitto dal più debole… e può sembrare paradossale ma noi in quel momento, insieme a Moise, eravamo i più deboli  e come Moise siamo rimasti incastrati in un meccanismo perverso di chi evidentemente sa come muoversi.

Abbiamo più volte cercato di arginare la situazione, più di quelle che vi abbiamo mostrato. Purtroppo per cercare di concludere l’adozione la direttrice ha fatto di tutto per farci creare un legame con il bambino e noi siamo rimasti incastrati in un ginepraio di ricatti emotivi difficilmente gestibili sul momento. Non vi nascondo che io per prima, sono caduta nella trappola dei meccanismi emotivi e pur non avendo mai pensato ad una adozione,  in quella situazione ho cercato di capire come portare a casa con me Moise.
 
Avremmo potuto non mostrarvelo, evitando così di sottoporci alle critiche, ma purtroppo quello che a noi è accaduto succede ad Haiti ogni giorno, ogni minuto. E’ stato evidente che quello che vi abbiamo fatto vedere non è stato un caso unico per Moise ma che al contrario questi bambini  sono abituati aquesti tentavi di adozione e abbiamo pensato fosse doveroso far conoscere la realtà. Moise e gli altri bimbi purtroppo non sono vittime de LeIene ma della cultura sciacallo che permea da sempre Haiti e che ora più che mai con il terremoto ha pervaso il paese e si sta vendendo achi veramente non ha scrupoli.
 
Il giro di affari prodotto dalle adozioni illegali è tale che  i funzionari NON corrotti dell’IBESR(l’organo haitiano che si occupa di legalizzare le Adozioni) devono vivere con la scorta perché continuamente oggetto di attentati e minacce. Quello che a noi è successo, vi ripeto, ad Haiti accade facilmente ogni giorno, ogni minuto a migliaia di bambini . E a volerli portare via non sono giovani coppie desiderose di aiutare il prossimo matrafficanti di organi, pedofili o sfruttatori di prostituzione.
 
Quel  servizio mostra la realtà, anche se cruda è la realtà e anche se possiamo essere stati fraintesi, l’unico modo per far alzare le persone dalla propria routine e fare qualcosa è mostrare quello che veramente sta accadendo. Ci siamo dati la zappa su i piedi?!!! Non importa! Se questo servizio ha fatto muovere qualcuno per aiutare veramente i bambini, se questo dibattito può aiutarci a capire che la miseria di Haiti è atavica, radicata e che non bisogna ricostruire una casa ma una coscienza di un popolo intero allora qualcosa di buono lo abbiamo fatto.Non era nostra intenzione farlo così ma abbiamo descritto e vissuto quello che accade. Non è in pericolo solo la vita di Moise, è in pericolo uno stato intero devastato da una storia di soprusi, violenze e miseria.>>

E voi, cosa ne pensate?

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Questo video riguarda le lungaggini dell’adozione nazionale. Ho ritenuto opportuno pubblicarlo per il consiglio che questa mamma adottiva dà alla fine. Un consiglio semplice ma prezioso. Senti cosa ha da dire …

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adozione bambini di haiti

In questi ultimi giorni un avvocato romano, Fulvio Sarzana, si è reso primo firmatario di una petizione online, volta ad accelerare le procedure di adozione internazionale in caso di calamità naturali, come quella di Haiti.

Come ho spiegato nei precedenti post, allo stato attuale è praticamente impossibile sperare di adottare un bambino haitiano in tempi brevi. La petizione mirerebbe a snellire l’iter adottivo, in considerazione della situazione di emergenza in cui un Paese si trova dopo una calamità naturale o altri disastri assimilabili.

Comprendo che una iniziativa del genere non può che essere salutata con favore dalle coppie che desiderano adottare un bambino. E’ necessario, tuttavia, nell’interesse degli stessi bambini che tutti amiamo e desideriamo tutelare, avere ben chiari i vantaggi e gli svantaggi di una modifica all’attuale normativa sull’adozione.

Il lungo iter dell’adozione internazionale

Come sappiamo l’adozione internazionale prevede il seguente iter:

1) La coppia presenta una dichiarazione di disponibilità all’adozione internazionale presso il Tribunale per i minorenni competente territorialmente.

2) Segue una fase istruttoria, per l’accertamento dei requisiti.

 3) Se tutto va bene, il Tribunale per i minorenni dichiara la coppia idonea all’adozione internazionale.

4) La coppia ritenuta idonea all’adozione internazionale conferisce incarico ad un Ente autorizzato a svolgere le necessarie procedure all’estero (ai sensi dell’art 39 ter della legge 184/83 e seguenti modifiche.).

5) L’autorità preposta dello Stato estero presso cui si presenta domanda di adozione internazionale, tramite l’intermediazione dell’Ente suddetto, procede all’abbinamento coppia-bambino.

6) A questo punto, l’Ente assiste e segue la coppia nei viaggi nel Paese del bambino.

7)  Se gli incontri si concludono in modo positivo, l’autorità giudiziaria straniera emana il provvedimento di adozione o di affidamento preadottivo.

8) L’Ente autorizzato lo trasmette quindi alla Commissione per le Adozioni Internazionali, che ne verifica la validità, e quindi rilascia “l’autorizzazione nominativa all’ingresso e alla permanenza in Italia del minore adottato”.

9) Il consolato italiano nel Paese del bambino, a questo punto, ricevuta l’autorizzazione all’ingresso e alla permanenza in Italia del minore da parte della Commissione, rilascia il “visto d’ingresso per adozione”. Il visto viene applicato sul passaporto estero del Paese di origine del minore, che con questo visto può entrare in Italia.

10) La Questura competente per territorio rilascia il cosiddetto “permesso di soggiorno per adozione”.

11) Segue la pronuncia, da parte del Tribunale per i minorenni competente, del provvedimento che ordina la trascrizione del provvedimento estero di adozione nei registri dello stato civile italiani, verificata la conformità dello stesso ai principi fondamentali che regolano il diritto di famiglia e dei minori e alle condizioni previste dalla Convenzione dell’Aia sulle adozioni internazionali. In caso di affidamento preadottivo, il Tribunale si pronuncia decorso con esito positivo un anno. Il Tribunale ordina quindi la trascrizione dell’adozione nei registri dello stato civile; ed il bambino acquisisce, finalmente,  la cittadinanza italiana.

 

Le buone ragioni di chi propone la modifica

Dunque – osservano i proponenti della petizione – questo sistema si incentra sulla presenza nel sistema di tre attori fondamentali che devono interporsi tra il minore e la famiglia decisa ad adottarlo:
1) le autorità straniere in grado di supportare le richieste di adozioni; 2) le rappresentanze consolari italiane all’estero; 3) le organizzazioni abilitate a sostenere le coppie decise ad adottare il minore straniero.

Quando questi soggetti sono presenti e funzionanti, nulla da dire. Ma come fare se, a causa di un’improvvisa catastrofe, non esistono più punti di riferimento? Se le strutture governative e statali improvvisamente si sgretolano; se le autorità consolari non sono in grado di funzionare; se le organizzazioni non riescono nemmeno a prestare soccorso, perché i volontari vengono aggrediti dai superstiti ridotti alla disperazione; come pensare di poter pervenire all’adozione dei piccoli orfani seguendo l’iter normale?

Quanto bisognerà attendere per dare una speranza di vita ai bambini salvati dalle macerie?

Ecco, dunque, le ragioni a sostegno della proposta di modifica all’attuale normativa.

C’è chi propone l’affido temporaneo

Per venire incontro ai bambini rimasti soli, ed aiutarli a superare i traumi dovuti all’improvvisa perdita della propria famiglia, qualcuno propone di ricorrere all’istituto dell’affido temporaneo. In tal senso, sono stati presentati dei disegni di legge in Parlamento.

Ma siamo sicuri che si tratti della soluzione migliore?

L’affido temporaneo ha, attualmente, la funzione di fornire un aiuto al bambino che sia momentaneamente privo di “un ambiente familiare idoneo” alla crescita. Quindi, il bambino in affido temporaneo ha una famiglia; ma quest’ultima non è, per circostanze transitorie, idonea a crescerlo adeguatamente. Pertanto, gli affidatari, a differenza dei genitori adottivi, non possono considerare il bambino come proprio figlio; anzi, hanno il compito di favorire il suo riavvicinamento alla famiglia naturale, una volta che questa superi il temporaneo disagio che aveva condotto all’affidamento.

Ma in quale “famiglia di origine” dovrebbe tornare un piccolo haitiano rimasto orfano? E non sarebbe, ancora una volta, un trauma lasciare un ambiente accogliente e protettivo per tornare in una realtà in cui i genitori non ci sono più, o dove i parenti superstiti vivono in condizioni di assoluta indigenza o di disperazione?

C’è anche chi è contrario a modificare la legge

Abbiamo detto che le ragioni di chi propone uno snellimento dell’iter dell’adozione internazionale in caso di catastrofi sono più che valide.

Però ci sono delle voci contrarie, peraltro autorevoli. Come opportunamente segnala Antonio Fatigati, Presidente dell’Associazione “Genitori di diventa”, il rischio è che si apra la strada ad operatori improvvisati, e ad un depredamento legalizzato del Paese colpito dalla catastrofe.

Quindi, un’eventuale modifica normativa va curata con molta, molta attenzione; perchè la normativa vigente, nonostante i suoi limiti, ha pur sempre lo scopo di proteggere gli interessi dei bambini.

Su questo argomento torneremo; vedrò di leggere attentamente tutte le proposte, sia di iniziativa parlamentare che popolare; e ne parleremo.

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adozione e rischio giuridico

Ho ricevuto diverse e-mail in cui mi si chiede di approfondire l’argomento del rischio giuridico, già trattato in un precedente post.

Lo faccio volentieri: è un argomento che bisogna avere ben chiaro, se si presenta domanda di adozione nazionale.

 

Di cosa si tratta, esattamente?

 In parte lo abbiamo già detto: il rischio giuridico comporta la possibilità che il bambino, dopo aver trascorso qualche tempo con i “nuovi” genitori,  debba ritornare alla famiglia di origine (oppure ai parenti sino al 4° grado).

 

In quali casi, concretamente, si ha rischio giuridico? 

In due casi:

a) Per i figli di madre che non vuole essere riconosciuta. 
Secondo il nostro ordinamento, la donna, pur mantenendo il diritto di fruire dell’assistenza sanitaria per il parto, può  non riconoscere il proprio bambino. Precisamente, la madre può riconoscere il neonato entro 10 giorni dalla nascita; trascorso questo termine senza che sia intervenuto il riconoscimento, il Tribunale dei Minori territorialmente competente cerca una coppia cui affidare il bambino. Il rischio giuridico, in questo caso, permane per circa due mesi.

b) Per i bambini tolti dalla custodia dei genitori biologici.

Se la famiglia naturale si rivela inadeguata a crescere un bambino, i servizi sociali lo segnalano al Tribunale dei Minori, che dispone l’affidamento del piccolo ad apposite strutture. Il Tribunale accerta se le difficoltà della famiglia sono temporanee o permanenti. E poiché si ritiene che un bambino debba essere sottratto ai propri genitori quando proprio non vi sono alternative, vengono effettuati vari  tentativi di aiuto alla famiglia, anche di carattere psicologico. Se l’inadeguatezza permane, il Tribunale emette un decreto di adottabilità.

A questo punto, cominciano ad essere convocate, per dei colloqui, diverse coppie che hanno presentato domanda di adozione nazionale. Al termine di tali colloqui, il Tribunale emette un decreto di collocamento familiare, ed affida il piccolo, provvisoriamente, ad una di queste coppie.

La madre, il padre e i parenti biologici fino al 4° grado, che abbiano rapporti significativi col minore, entro 30 giorni dalla notifica del provvedimento di adottabilità, possono proporre impugnazione avanti alla Corte di Appello.

La Corte di Appello  emette una sentenza che deve essere notificata ai ricorrenti. Questi ultimi, se il loro ricorso è stato respinto, possono proporre, entro 30 giorni dalla notifica, un ulteriore ricorso alla Corte di Cassazione.

 

Quanto tempo passa complessivamente?

Non è possibile quantificarlo: infatti, ai tempi delle cause (prima avanti alla Corte d’Appello, poi alla Corte di Cassazione) bisogna aggiungere quelli delle cancellerie e  delle notifiche (che si prolungano in caso di irreperibilità dei destinatari).

 

Qual è, durante questo periodo, lo status giuridico del bambino?

Durante la pendenza del rischio giuridico, il bambino, pur vivendo con quella che probabilmente sarà la sua nuova famiglia, mantiene il cognome d’origine: l’adozione, infatti, non è ancora intervenuta. Per la durata di tale periodo,  il Tribunale nomina un Tutore (di solito il Comune di residenza degli adottanti, con un assistente sociale come referente). Il bambino ha residenza presso il Tutore, non può recarsi all’estero.  L’iscrizione alla A.S.L. avverrà con cognome della famiglia adottiva e con codice fiscale  provvisorio.
 

… E dopo cosa succede? 

 

Quando tutte le sentenze sono state emesse o sono scaduti i termini per i ricorsi, comincia il periodo dell’affido preadottivo.

Trascorsi dodici mesi, l’adozione diventa (finalmente!) definitiva.

 

 

 

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adozione bambini di haiti

Come promesso, vi aggiorno sull’esito della riunione della Commissione per le adozioni internazionali (CAI), tenutasi ieri in merito alla situazione dei piccoli orfani di Haiti.

 Potete trovare il resoconto della riunione a questo link.

 Mi preme, comunque, sottolineare una cosa. Non bisogna credere che la situazione di emergenza in cui si trova questa sfortunata popolazione possa, in qualche modo, velocizzare le procedure di adozione. In altre parole, chi in questo momento dovesse decidere di adottare un bambino, non ha alcuna possibilità di “bruciare le tappe” decidendo di adottare un piccolo haitiano.

 I tempi e le fasi dell’adozione restano sempre gli stessi. Quindi:

  1. Presentazione della domanda al Tribunale dei Minori da parte degli aspiranti genitori.

  2. Svolgimento di colloqui e test tra la coppia e gli esperti del Tribunale e dei Servizi Sociali.

  3. Inserimento della coppia in banca dati (per l’adozione nazionale) o dichiarazione di idoneità della stessa all’adozione (per quella internazionale).

  4. In caso di scelta di quest’ultima forma di adozione, presa di contatto, da parte della coppia, con uno degli Enti accreditati.

 Quindi non è pensabile adottare un bambino, nè di Haiti nè di altri Paesi, se prima non si esauriscono tutte le fasi previste dalla legge (almeno secondo la normativa finora vigente).

 In questo momento possiamo aiutare la popolazione di Haiti solo con interventi economici; e, magari, sostenere a distanza questi bambini, sperando che possano trovare al più presto nuove famiglie disponibili ad accoglierli.

 Sui progetti di sostegno a distanza, ho trovato un sussidio della CAI che potete scaricare da qui.

     

 

 

adozione bambini haiti

Molte coppie italiane, che desiderano avere un figlio,  in questi giorni si chiedono se sia possibile adottare un bambino di Haiti, rimasto senza genitori.

Gli interventi immediati

Il sottosegretario Carlo Giovanardi, Presidente della Commissione per le Adozioni Internazionali (CAI), ha dichiarato che la Commissione ha stanziato un milione di euro, destinati ad un piano straordinario per gli interventi ad Haiti. Tale somma sarà utilizzata “per aiutare  le organizzazioni umanitarie che in loco stanno già affrontando l’emergenza dei bambini rimasti senza famiglia, per rispondere all’appello dei responsabili delle strutture di accoglienza per minori haitiane che hanno chiesto l’aiuto della Comunità internazionale per organizzare strutture che sempre sul posto possano occuparsi dei bambini”. 

Quindi un aiuto ai piccoli superstiti, affinchè possano essere ospitati  nel modo più adeguato in apposite strutture. Questo è quanto va fatto nell’immediato. Ma sul fronte dell’adozione, cosa succederà?

Sempre il sottosegretario Giovanardi ha dichiarato che oggi, 19 gennaio, la CAI dovrebbe definire  “ le condizioni attraverso le quali, d’intesa con gli altri paesi che come l’Italia già adottano bambini ad Haiti, sarà possibile varare un piano straordinario per assicurare una famiglia a questi bambini”.

L’iter dell’adozione internazionale

Come molti sanno, l’adozione internazionale segue un iter che, ad un certo punto, si differenzia da quello dell’adozione nazionale. Ricordiamolo brevemente.

In entrambe le forme di adozione, la procedura si apre con la presentazione di un’apposita domanda, da parte della coppia, al Tribunale dei Minori. Seguono una serie di colloqui e di accertamenti, che si svolgono sia presso lo stesso Tribunale, sia con i servizi sociali di riferimento degli aspiranti genitori. La conclusione è diversa per le due forme di adozione. In quella nazionale, la coppia verrà semplicemente inserita in una banca dati, e successivamente chiamata presso il Tribunale qualora si prospetti la possibilità di ricevere uno o più bambini in adozione. In quella internazionale, il Tribunale dichiara la coppia idonea all’adozione: successivamente, essa dovrà mettersi in contatto con uno degli Enti, accreditati dalla CAI, che curano le adozioni internazionali.

Ogni Ente è, diciamo così, “specializzato” in adozioni in Paesi diversi: alcuni curano i rapporti con Paesi dell’Est come  Russia ed Ucraina; altri con Stati del Sud America, altri ancora con l’India, e così via.

L’Ente prescelto  provvede quindi ad assistere i coniugi nella fase successiva, che porta all’adozione di un bambino straniero.

Enti accreditati: la situazione in Italia

Le adozioni ad Haiti avvengono soprattutto ad opera di coppie francesi. In Italia esiste, al momento,  solo un Ente accreditato; lo scorso anno è stata portata a buon fine una sola adozione in quel Paese. Per altre due adozioni, le procedure sono in corso; e proprio in queste ore la CAI sta verificando se i piccoli interessati siano o meno sopravvissuti alla tragedia.

A ciò si aggiunge un’ulteriore complicazione: i funzionari che, ad Haiti, si occupano di adozioni internazionali non sono al momento rintracciabili. Potrebbero essere morti, feriti, dispersi o impegnati nelle operazioni di soccorso.

E’ quindi necessario attendere che la situazione ritorni, per così dire, alla normalità: che si completi il triste conteggio delle vittime, e che si accerti l’effettivo stato di abbandono dei bambini superstiti. Infatti, molte famiglie potrebbero essere solo temporaneamente disperse. Una volta appurata la condizione di abbandono, le procedure di adozione degli orfani possono essere realizzate nel pieno rispetto delle norme nazionali e internazionali.

Nella riunione di oggi, la CAI dovrebbe definire i passaggi necessari affinchè  si pongano in essere interventi concreti nel più breve tempo possibile.

Adozione o sostegno a distanza?

Vi è anche chi è contrario, almeno nell’immediato, all’adozione di questi bambini, e ritiene che, invece, occorrerebbe privilegiare delle forme di sostegno a distanza. Si tratta di  Maria Vittoria Rava, presidente della Fondazione Francesca Rava – N.P.H. Italia Onlus, che così si esprime (fonte: unita.it):

“In questo momento i bambini di Haiti  sono più morti che vivi e bisogna farli sopravvivere prima di portarli in qualsiasi posto al mondo. Io credo fortemente che la mobilitazione internazionale per Haiti debba essere indirizzata a ricostruire il paese per restituire la dignità di poter accogliere i propri ‘figli’. Per questo rivolgiamo agli italiani un accorato appello: aiutateci con donazioni e adozioni a distanza a realizzare a tempo record una nuova casa orfanotrofio vicino all’ospedale N.P.H. Saint Damien che accolga i bambini come in una famiglia nel loro paese”. Questo nuovo orfanotrofio, si aggiungerà a quello che da 20 anni la Fondazione ha sull’isola e che accoglie 600 bambini, “che ricevono ogni giorno acqua, cibo, l’amore di una grande famiglia nella quale sono trattati come dei veri e propri figli e la possibilità di studiare, vera chiave per spezzare il circolo di povertà in un paese in cui 1 bambino su 2 non va a scuola”.

Su tre cose concordo: 1) non è possibile adottare questi bambini in tempi brevissimi, sia perché ancora non si ha la certezza della loro condizione di orfani, sia perché hanno bisogno di un po’ di tempo per elaborare il forte trauma subito; quindi è giusto che i piccoli trovino ospitalità presso strutture adeguate; 2) è doveroso che i Paesi più ricchi sostengano economicamente queste strutture, affinchè siano più accoglienti e confortevoli possibile; 3) i Paesi più poveri e disagiati devono essere aiutati a riscattarsi dalla loro condizione, e ad uscirne definitivamente.

Non posso, però, concordare sull’equiparazione tra un orfanotrofio (sia pure il migliore del mondo) ed una famiglia: per quanto gli operatori di una simile struttura possano essere amorevoli, nulla può sostituire l’amore dei genitori.

P.S.: continuate a seguire questo blog: vi terrò informati su tutti gli aggiornamenti in merito all’adottabilità dei bambini di Haiti.

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rischio

Durante l’iter che conduce all’adozione, agli aspiranti  genitori viene rivolta una domanda: se siano o meno disponibili ad affrontare il rischio giuridico.

E’ molto importante avere le idee chiare al riguardo, per rispondere nel modo più appropriato.

Cos’è il rischio giuridico?

 Nel caso di adozione nazionale, a volte succede che il Tribunale per i minorenni  debba gestire casi di bambini ancora non dichiarati in stato di abbandono. Ciò può avvenire per svariati motivi: perchè qualche parente ha fatto opposizione, per esigenza di ulteriori accertamenti …

 In questi casi il Tribunale, per evitare una lunga permanenza dei bambini in istituto o in situazioni comunque incerte, li propone in adozione “a rischio giuridico”. Ciò significa che, anche se non succede spesso, c’è il rischio che il piccolo, dopo un periodo di permanenza più o meno lunga presso la sua nuova famiglia, debba ritornare con i suoi genitori biologici

L’adozione a rischio giuridico viene proposta alle  coppie che si sono dichiarate disponibili a tale eventualità.

Vantaggi e svantaggi

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di una simile scelta?

I vantaggi consistono nella possibilità di aumentare le probabilità di ricevere un bambino in adozione. Infatti, le situazioni a rischio giuridico sono parecchie, e va detto che, nella maggior parte dei casi, si concludono favorevolmente ai genitori adottivi.

Gli svantaggi consistono nella grave tensione che può provocare un’incognita del genere, e nella estrema sofferenza che può procurare l’allontanamento definitivo di un bambino che si è già accolto … di un figlio!

Occorre essere consapevoli

Essere disponibili a questo tipo di adozione richiede molta forza: ci si mette a disposizione di un bambino che ha bisogno di una famiglia senza aspettarsi nulla.

Non è detto che ci si senta pronti ad affrontare  un’esperienza del genere: meglio, allora, puntualizzarlo subito, perchè altrimenti il bambino potrebbe risentire del clima d’ansia conseguente a questa situazione di incertezza.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il pranzo di oggi , per me e mio marito, è stato funestato da una notizia triste. Nella nostra città, a poca distanza dal luogo in cui abitiamo, si è consumato un grave delitto.

La notte scorsa, un uomo è stato ucciso dal proprio figlio. Un ragazzo adottivo.Non mi dilungo sui particolari della notizia di cronaca, che potete leggere su questo sito. Ho deciso di dedicare un post alla vicenda, perchè può dare adito a dubbi, anche angoscianti. Dubbi che, nel corso di questo pomeriggio, mi sono stati manifestati da diverse persone.

Le mie riflessioni, beninteso, prescindono del tutto dalle circostanze concrete del fatto di cronaca: non conosco i protagonisti, nè le dinamiche che hanno potuto dar luogo ad un fatto così grave. Sono, le mie, considerazioni generali, che formulo, lo ribadisco, cercando di dare una risposta a chi mi ha espresso i suoi dubbi. 

Dunque: un figlio adottivo possiede un DNA diverso dal nostro ed un vissuto pregresso lontano da noi. Può riservarci sorprese? 

Un figlio è sempre “a scatola chiusa”

La verità è che i figli, anche se li abbiamo generati noi, possono sempre comportare dei problemi. I tanti ragazzi che la fanno da protagonisti nelle cronache dei nostri giorni sono figli biologici dei loro genitori. E la triste vicenda di Erika ed Omar, avvenuta a Novi Ligure il 21 febbraio 2001, ce lo conferma. 

Quindi, ciò che va fatto prima di tutto è interrogarsi sui rischi che nella società odierna corrono i nostri ragazzi; sulle conseguenze che alcune abitudini di vita, pure date per “normali”, possono avere; sulle insidie che certi modelli, che vengono loro proposti in continuazione, in realtà nascondono. E sulle modalità più efficaci per aiutarli a crescere in un mondo complesso come il nostro. Tutti i nostri figli, naturali e adottivi.

A questo punto, la domanda iniziale va corretta, ed il campo di osservazione si restringe: un figlio adottivo è più esposto, rispetto ad un figlio biologico, ad assumere nel tempo comportamenti deludenti, indesiderati o, addirittura, pericolosi?

Adottare un bambino è impegnativo, ma non rischioso
 
 
 

 

Un minore dichiarato adottabile è, in ogni caso, un bambino con un vissuto di sofferenza alle spalle. E la sofferenza provata nella prima infanzia può (anche se non necessariamente) avere delle conseguenze. Nella maggior parte dei casi, si tratta di insicurezza e scarsa autostima. Spesso, ci può essere difficoltà nell’inserimento e nel rendimento scolastico, specie per i piccoli stranieri. Più raramente, si tratterà di problemi di relazione: con i nuovi genitori, con eventuali fratelli, con i coetanei.

E’ importante, allora, per gli aspiranti genitori adottivi, essere ben attrezzati fin dal momento della presentazione della domanda di adozione. Essere consapevoli, fin dall’inizio, che potrebbe essere necessario gestire qualche problema. E, se non ci si sente di farlo, rinunciare.

Successivamente all’adozione, occorre agire immediatamente se il piccolo manifesta delle difficoltà. Dedicargli del tempo. E chiedere il consiglio e l’aiuto di persone esperte. Nella maggior parte dei casi, tutto si risolve.

E da qui al crescere un potenziale omicida, ce ne corre.

Guardiamo le statistiche
 
Purtroppo, negli ultimi anni, le cronache hanno spesso riportato notizie di figli che uccidono i genitori. La vicenda di Erika ed Omar ci ha tenuti incollati agli schermi televisivi per giorni e giorni; oggi non è più così, putroppo ci andiamo assuefacendo all’orrore. Di tanto in tanto sentiamo al telegiornale di un genitore ucciso, e ci limitiamo ad ascoltare distrattamente, magari dispiacendoci per la povera vittima; ma poco dopo non ci pensiamo più.

 

Ma quanti di questi disgraziati che uccidono i genitori sono figli adottivi? Guardiamo le statistiche, e capiremo che l’adozione, in questi casi, non c’entra proprio niente.

 

allatta

Anche le madri adottive possono fruire dei permessi giornalieri per allattamento. E questo è possibile anche se il bambino è già grandicello, come del resto avviene spesso, specie nei casi di adozione nazionale…

Le norme

Il decreto legislativo 26 marzo 2001, n.151 agli articoli 39, 40 e 41 prevede la possibilità, per la lavoratrice madre ed in alcuni casi anche per il padre, di fruire di permessi giornalieri per poter accudire il bambino.

Vediamo casi e durata di questi permessi:

- La lavoratrice madre può allontanarsi dall’azienda, nel corso della giornata, per due volte. le pause possono essere, al massimo, di un’ora ciascuna. Però, se l’orario di lavoro è inferiore a sei ore giornaliere, la lavoratrice potrà fruire di un permesso soltanto. La durata della pausa è dimezzata (scende a mezz’ora) se la lavoratrice può utilizzare apposite strutture per la custodia del bambino (ad esempio un asilo nido), istituite dal datore di lavoro all’interno dell’azienda o nelle immediate vicinanze di essa (art. 49) .

- Il lavoratore padre ha diritto a fruire dei permessi sopra descritti, normalmente spettanti alle madri, in quattro casi (art. 50):

a) nel caso in cui i figli siano affidati al solo padre;
b) in alternativa alla madre lavoratrice dipendente che non se ne avvalga;
c) nel caso in cui la madre non sia lavoratrice dipendente;
d) in caso di morte o di grave infermita’ della madre.

In caso di parto plurimo, i periodi di riposo sono raddoppiati (art. 41).

I diritti dei genitori adottivi

Anche se questi permessi vengono comunemente detti “per allattamento”, la loro funzione è, principalmente, quella di salvaguardare la continuità del rapporto tra genitori e figlio.

L’art. 45 del decreto legislativo 151/2001 prevedeva la possibilità che di essi potessero fruire anche i genitori adottivi, “entro il primo anno di vita del bambino”.

Questa limitazione apparve subito inaccettabile, e tale da rendere concretamente inattuabile la nporma i favore dei genitori adottivi. Infatti, sono frequenti i casi in cui il bambino arriva in famiglia quando ha già alcuni anni di età; e nonostante ciò necessita, al pari di un neonato e forse anche di più, di un frequente contattpo con i genitori, per aiutare il suo inserimento in un contesto nuovo e sconosciuto.

Per questo, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 104 dell’1 aprile 2003, ha rimosso tale limite massimo di età, stabilendo che i genitori adottivi possono fruiore dei prermessi di cui all’art. 39, 40 e 41 “entro il primo anno dall’ingresso del minore nella famiglia“.

Conclusione

Ai sensi degli articoli 39, 40, 41 e 45 del decreto legislativo n.51 del 2001, i genitori adottivi, entro il primo anno dall’arrivo del bambino, hanno diritto a fruire di permessi giornalieri che consentano loro di accudire adeguatamente il minore.

I casi e la durata di tali permessi sono disciplinati dagli articoli 39, 40 e 41.

Per “ingresso del minore nella famiglia” dovrà intendersi la data dell’affidamento preadottivo del bambino: è in tale momento, infatti, che comincia per la coppia il delicato ruolo connesso alla genitorialità. Alla data della adozione definitiva, il bambino si sarà già inseirito, almeno in parte, nella nuova famiglia.

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Durante il percorso che conduce all’adozione, gli aspiranti genitori affrontano dei colloqui con gli esperti del Tribunale per i minorenni: di solito psicologi.

Nel corso di tali colloqui, viene loro chiesto se sono disposti a rivelare al bambino adottato la sua condizione. Spesso la risposta è negativa o, quanto meno, carica di perplessità.

La reazione, sul piano umano, è più che comprensibile: infatti l’intenzione della coppia è quella di sperimentare una genitorialità del tutto simile a quella biologica, vivendo il proprio rapporto con il figlio adottivo “come se” fosse stato realmente generato.

Vediamo quindi di capire meglio perchè è, invece, preferibile entrare nell’ordine di idee di rivelare al proprio bambino la sua condizione di figlio adottivo.

Cosa prevede la legge

L’adozione è disciplinata dalla legge 4 maggio 1983 n.184. Tale provvedimento ha subìto, nel tempo, alcune modifiche, anche sostanziose.

Una di queste è stata introdotta con la legge 28 marzo 2001 n.149, che ha modificato l’art. 28 della legge n.184. Quest’ultimo, dunque, nella sua nuova formulazione, stabilisce che “Il minore adottato è informato di tale sua condizione ed i genitori adottivi vi provvedono nei modi e termini che essi ritengono più opportuni”.

In passato i genitori adottivi potevano scegliere liberamente se rivelare o no la verità al proprio figlio; per effetto della modifica introdotta nel 2001 sono invece obbligati a farlo. E non quando raggiungerà la maggiore età, ma prima: la norma infatti, dice che “il minore adottato viene informato”; e “minore” è, appunto, un soggetto che non ha ancora compiuto i diciotto anni.

La ratio della norma

Ma qual è la ratio (termine tecnico che indica la ragione giustificatrice) della norma? Non sarebbe meglio, con buona pace di tutti, mettere sul passato del bambino un macigno non più rimuovibile?

L’innovazione dipende da quello che si è registrato nell’esperienza concreta.

Un giovane che viene a sapere, casualmente, di essere stato adottato può vivere tale scoperta come un tradimento da parte di coloro che ha sempre ritenuto propri genitori biologici. Insieme alla certezza sulla propria origine, il ragazzo vede crollare tutto il sistema di credenze sul quale ha impostato la propria esistenza. Se un dato scontato come l’appartenenza familiare viene meno, tutto diventa incerto.

E non servirà a nulla spiegargli che i suoi genitori adottivi gli hanno nascosto la verità animati dalle migliori intenzioni, prima tra tutte quella di proteggerlo, di evitargli sofferenza.

Molto meglio, quindi, che il figlio apprenda della propria condizione fin da bambino. Dei modi parleremo più diffusamente in seguito; quello che è certo, però, è che i bambini hanno una maggiore capacità di accogliere e di integrare nella propria vita una simile rivelazione.

Come comportarsi

A questo punto vorrei rassicurare gli aspiranti genitori adottivi con la mia personale esperienza.

Quando mio figlio è entrato nella nostra famiglia, aveva già compiuto sette anni. Quindi sapeva perfettamente che mio marito ed io non lo avevamo messo al mondo. Ciò nonostante, in maniera lenta ma costante, ha sviluppato un senso di appartenza ed un amore nei nostri confronti, da fare invidia a molte coppie di genitori biologici.

Come ciò sia avvenuto è, per ora, troppo lungo da raccontare: ci vorrebbe ben altro che un post! Ma ci arriveremo. Quello che voglio dire è che il sapere o non sapere di essere figli adottivi non c’entra nulla con l’amore filiale, che può nascere e svilupparsi anche in presenza di una piena conoscenza della propria condizione. A patto di pensarci in tempo e di svolgere un lavoro adeguato.

Quindi è conveniente che la coppia che vuole adottare un bambino prenda coscienza di tutto questo, e, alla domanda dell’esperto del Tribunale dei minori (”Rivelereste al vostro bambino la sua condizione di figlio adottivo“?),  sia in condizione di rispondere  affermativamente. Non per finzione, intendiamoci, ma in modo sincero e consapevole.

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