Archivio di settembre 2009
Durante il percorso che conduce all’adozione, gli aspiranti genitori affrontano dei colloqui con gli esperti del Tribunale per i minorenni: di solito psicologi.
Nel corso di tali colloqui, viene loro chiesto se sono disposti a rivelare al bambino adottato la sua condizione. Spesso la risposta è negativa o, quanto meno, carica di perplessità.
La reazione, sul piano umano, è più che comprensibile: infatti l’intenzione della coppia è quella di sperimentare una genitorialità del tutto simile a quella biologica, vivendo il proprio rapporto con il figlio adottivo “come se” fosse stato realmente generato.
Vediamo quindi di capire meglio perchè è, invece, preferibile entrare nell’ordine di idee di rivelare al proprio bambino la sua condizione di figlio adottivo.
Cosa prevede la legge
L’adozione è disciplinata dalla legge 4 maggio 1983 n.184. Tale provvedimento ha subìto, nel tempo, alcune modifiche, anche sostanziose.
Una di queste è stata introdotta con la legge 28 marzo 2001 n.149, che ha modificato l’art. 28 della legge n.184. Quest’ultimo, dunque, nella sua nuova formulazione, stabilisce che “Il minore adottato è informato di tale sua condizione ed i genitori adottivi vi provvedono nei modi e termini che essi ritengono più opportuni”.
In passato i genitori adottivi potevano scegliere liberamente se rivelare o no la verità al proprio figlio; per effetto della modifica introdotta nel 2001 sono invece obbligati a farlo. E non quando raggiungerà la maggiore età, ma prima: la norma infatti, dice che “il minore adottato viene informato”; e “minore” è, appunto, un soggetto che non ha ancora compiuto i diciotto anni.
La ratio della norma
Ma qual è la ratio (termine tecnico che indica la ragione giustificatrice) della norma? Non sarebbe meglio, con buona pace di tutti, mettere sul passato del bambino un macigno non più rimuovibile?
L’innovazione dipende da quello che si è registrato nell’esperienza concreta.
Un giovane che viene a sapere, casualmente, di essere stato adottato può vivere tale scoperta come un tradimento da parte di coloro che ha sempre ritenuto propri genitori biologici. Insieme alla certezza sulla propria origine, il ragazzo vede crollare tutto il sistema di credenze sul quale ha impostato la propria esistenza. Se un dato scontato come l’appartenenza familiare viene meno, tutto diventa incerto.
E non servirà a nulla spiegargli che i suoi genitori adottivi gli hanno nascosto la verità animati dalle migliori intenzioni, prima tra tutte quella di proteggerlo, di evitargli sofferenza.
Molto meglio, quindi, che il figlio apprenda della propria condizione fin da bambino. Dei modi parleremo più diffusamente in seguito; quello che è certo, però, è che i bambini hanno una maggiore capacità di accogliere e di integrare nella propria vita una simile rivelazione.
Come comportarsi
A questo punto vorrei rassicurare gli aspiranti genitori adottivi con la mia personale esperienza.
Quando mio figlio è entrato nella nostra famiglia, aveva già compiuto sette anni. Quindi sapeva perfettamente che mio marito ed io non lo avevamo messo al mondo. Ciò nonostante, in maniera lenta ma costante, ha sviluppato un senso di appartenza ed un amore nei nostri confronti, da fare invidia a molte coppie di genitori biologici.
Come ciò sia avvenuto è, per ora, troppo lungo da raccontare: ci vorrebbe ben altro che un post! Ma ci arriveremo. Quello che voglio dire è che il sapere o non sapere di essere figli adottivi non c’entra nulla con l’amore filiale, che può nascere e svilupparsi anche in presenza di una piena conoscenza della propria condizione. A patto di pensarci in tempo e di svolgere un lavoro adeguato.
Quindi è conveniente che la coppia che vuole adottare un bambino prenda coscienza di tutto questo, e, alla domanda dell’esperto del Tribunale dei minori (”Rivelereste al vostro bambino la sua condizione di figlio adottivo“?), sia in condizione di rispondere affermativamente. Non per finzione, intendiamoci, ma in modo sincero e consapevole.





