Durante il percorso che conduce all’adozione, gli aspiranti genitori affrontano dei colloqui con gli esperti del Tribunale per i minorenni: di solito psicologi.
Nel corso di tali colloqui, viene loro chiesto se sono disposti a rivelare al bambino adottato la sua condizione. Spesso la risposta è negativa o, quanto meno, carica di perplessità.
La reazione, sul piano umano, è più che comprensibile: infatti l’intenzione della coppia è quella di sperimentare una genitorialità del tutto simile a quella biologica, vivendo il proprio rapporto con il figlio adottivo “come se” fosse stato realmente generato.
Vediamo quindi di capire meglio perchè è, invece, preferibile entrare nell’ordine di idee di rivelare al proprio bambino la sua condizione di figlio adottivo.
Cosa prevede la legge
L’adozione è disciplinata dalla legge 4 maggio 1983 n.184. Tale provvedimento ha subìto, nel tempo, alcune modifiche, anche sostanziose.
Una di queste è stata introdotta con la legge 28 marzo 2001 n.149, che ha modificato l’art. 28 della legge n.184. Quest’ultimo, dunque, nella sua nuova formulazione, stabilisce che “Il minore adottato è informato di tale sua condizione ed i genitori adottivi vi provvedono nei modi e termini che essi ritengono più opportuni”.
In passato i genitori adottivi potevano scegliere liberamente se rivelare o no la verità al proprio figlio; per effetto della modifica introdotta nel 2001 sono invece obbligati a farlo. E non quando raggiungerà la maggiore età, ma prima: la norma infatti, dice che “il minore adottato viene informato”; e “minore” è, appunto, un soggetto che non ha ancora compiuto i diciotto anni.
La ratio della norma
Ma qual è la ratio (termine tecnico che indica la ragione giustificatrice) della norma? Non sarebbe meglio, con buona pace di tutti, mettere sul passato del bambino un macigno non più rimuovibile?
L’innovazione dipende da quello che si è registrato nell’esperienza concreta.
Un giovane che viene a sapere, casualmente, di essere stato adottato può vivere tale scoperta come un tradimento da parte di coloro che ha sempre ritenuto propri genitori biologici. Insieme alla certezza sulla propria origine, il ragazzo vede crollare tutto il sistema di credenze sul quale ha impostato la propria esistenza. Se un dato scontato come l’appartenenza familiare viene meno, tutto diventa incerto.
E non servirà a nulla spiegargli che i suoi genitori adottivi gli hanno nascosto la verità animati dalle migliori intenzioni, prima tra tutte quella di proteggerlo, di evitargli sofferenza.
Molto meglio, quindi, che il figlio apprenda della propria condizione fin da bambino. Dei modi parleremo più diffusamente in seguito; quello che è certo, però, è che i bambini hanno una maggiore capacità di accogliere e di integrare nella propria vita una simile rivelazione.
Come comportarsi
A questo punto vorrei rassicurare gli aspiranti genitori adottivi con la mia personale esperienza.
Quando mio figlio è entrato nella nostra famiglia, aveva già compiuto sette anni. Quindi sapeva perfettamente che mio marito ed io non lo avevamo messo al mondo. Ciò nonostante, in maniera lenta ma costante, ha sviluppato un senso di appartenza ed un amore nei nostri confronti, da fare invidia a molte coppie di genitori biologici.
Come ciò sia avvenuto è, per ora, troppo lungo da raccontare: ci vorrebbe ben altro che un post! Ma ci arriveremo. Quello che voglio dire è che il sapere o non sapere di essere figli adottivi non c’entra nulla con l’amore filiale, che può nascere e svilupparsi anche in presenza di una piena conoscenza della propria condizione. A patto di pensarci in tempo e di svolgere un lavoro adeguato.
Quindi è conveniente che la coppia che vuole adottare un bambino prenda coscienza di tutto questo, e, alla domanda dell’esperto del Tribunale dei minori (”Rivelereste al vostro bambino la sua condizione di figlio adottivo“?), sia in condizione di rispondere affermativamente. Non per finzione, intendiamoci, ma in modo sincero e consapevole.











Ciao Adele,
ho linkato il tuo blog dalla toccante mail che Carlo ha pubblicato su lavoro casa. Anche io sono un’iscritta al gruppo premium di Carlo, e solo oggi ho potuto riprendere la lettura dei suoi post: è così che ti ho scoperto. Dove ci si può iscrivere al tuo blog? da quello che ho letto, mi piace molto perché è scritto in maniera comprensibile, non da avvocato, insomma!
Ma non sono qui a commentare solo per elogiare il tuo impegno, che già di per sè è un’ottimo modo per aiutare gli altri, ma anche per darti la mia testimonianza.
Ho 50 anni, sono nata nel 1959, in marzo, e a luglio dello stesso anno mia madre è rimasta vedova con 6 figli, di cui la più grande aveva 20 anni e io appunto 4 mesi. Le assistenti sociali, 5 per l’esattezza, si abbatterono sulla mia famiglia come cavallette devastatrici e ci sparpagliarono tutti: la ventenne, anche se all’epoca era ancora minorenne, si sposò col suo fidanzato per non essere rinchiusa in un collegio, gli altri 4 invece ci andarono in collegio e poi e come!!! il quarto genito e il quintogenito avevano solo un anno di differenza, eppure furono collocati in due istituti diversi. Io ero troppo piccola per un’istituzione del genere e così, fino al compimento dell’anno fui affidata ad una signora che appunto “svezzava” i lattanti fino ad un anno di età, poi fui trasferita in affidamento ad una famiglia che viveva sempre nella provincia di Bologna, ma in un comune molto lontano da casa mia. ( ricordiamoci che erano gli anni 60 e molte cose non erano come sono oggi).
Da che ho i primi ricordi, la prima cosa che mi fu chiara, era che quella non era la mia famiglia, che il babbo Nino e la mamma Antonietta non erano i miei veri genitori, che Giorgio e Miria non erano miei fratelli di sangue, EPPURE non ho mai sofferto una benchè sola e minimissima volta di questa realtà. Per me era “normale” avere due mamme e un papà. Ricordo che i primi giorni di scuola, ero io che mi meravigliavo che gli altri bambini avessero una mamma sola … capisci…, la verità detta con amore mi ha aiutato a crescere coltivando la fiducia nel mio prossimo. Poi è successo che i nostri rispettivi cognomi differivano solo per la vocale finale, così per un errore di trascrizione di un addetto all’anagrafe un pò distratto e/o superficiale, dopo alcuni traslochi ( loro erano custodi di una allora immensa tenuta terriera di un signorotto del luogo che almeno una volta l’anno li spostava da una casa all’altra, quindi col conseguente cambio di indirizzo) Per fartela breve, tornai con mia madre naturale all’età di 9 anni. Il mio babbo affidatario mi aveva preparato con cura a quell’evento e anche per tempo, ma ciò non ha minimamente minato il nostro rapporto di AMORE e lo sottolineo, non è stato un’ affetto, si è trattato proprio di amore filiale vero e profondo.
Il fatto che lui mi avesse raccontato la storia della mia famiglia, anche se sotto forma di una favola per via della tenera età che avevo, mi ha reso consapevole del fatto che io non avevo nessun legame di sangue con loro. Mi resi conto che non avevano nessun obbligo nei miei confronti, EPPURE, ciò non ostante, mi hanno accolta e CRESCIUTA, FATTA SENTIRE, a pieno titolo una componente della famiglia. A 15 anni ho perso anche mia madre, avrei voluto poter tornare in seno a quella famiglia, ma a causa della burocrazia, non è stato possibile, così mi son sorbita tre anni di collegio e tre anni di casa famiglia. ( in collegio ci sono entrata a 12 anni perché mia madre era stata colpita dal cancro e spesso, ovviamente, aveva delle degenze anche lunghe in ospedale).
I nove anni che ho vissuto coi miei genitori affidatari, sono stati gli anni più belli della mia vita. Anche se purtroppo oggi loro non sono più al mondo, per me resteranno sempre i miei genitori effettivi, in particolare mio padre occupa un posto particolare nel mio cuore ancora adesso. Quando anni fa sono stata al funerale della mamma, Giorgio, ha bloccato il corteo, mi è venuto a cercare in fondo alla fila (pensavo che non essendo più una bambina da un pezzo, di rispettare in quel modo tutto il parentado, di non suscitare alcun tipo di polemica), mi ha preso per mano e mi ha detto “Il posto di MIA sorella è di fianco a me in prima fila” questo la dice lunga sui nostri reciproci sentimenti.
ti chiedo scusa della lungaggine, ma era doveroso entrare un pò nei dettagli per far capire che è giusto dire le cose come stanno, e che se poi viene fatto anche con amore e intelligenza, produrrà solo del bene sia a chi le dice, sia a chi le riceve. Penso a quei casi in cui si è bambini rifiutati, abbandonati dalla propria madre per X motivo ( non voglio sindacare su questo), ma il fatto di scoprire che quelli non sono i tuoi genitori veri, magari di primo acchito ti può ferire perchè dici ” Cavolo, mia madre non mi ha voluto tenere, mi ha abbandonato… se lei è riuscita a fare questo, visto che non sono stato certo io a chiedere di venire al mondo, cosa mi devo aspettare dagli altri?” e magari ti senti anche ribollire il sangue dalla ribellione, dalla rabbia, dal dolore. Ma poi, in seconda battuta, quando ti senti abbracciato dall’amore di altre persone, allora aggiungi ” E’ vero, però è anche vero che esistono persone che si comportano in maniera differente, che si prendono ( o si sono prese) cura di me, allora il mondo non poi quel posto così marcio che sembra!” Per esperienza personale, quando mi trovo di fronte ad un “adottato” disadattato, vuol dire che qualcosa nei rapporti con la famiglia ricettiva, è andato storto.
Forse ci saranno altre occasioni per approfondire questi argomenti.
Grazie comunque per la tua presenza su internet, per il tuo impegno, e ti auguro di vero cuore di mettere in “attivo” tantissimi bambini, ragazzini, adolescenti nella tua carriera. Idealmente e spiritualmente sono con te.
Ester
Grazie, Ester, per la tua testimonianza così bella e toccante. Se vuoi iscriverti, puoi farlo dall’apposito link (”Iscriviti e riceverai un regalo”). Ancora grazie e a presto.