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Articoli marcati con tag ‘veri genitori’

rischio

Durante l’iter che conduce all’adozione, agli aspiranti  genitori viene rivolta una domanda: se siano o meno disponibili ad affrontare il rischio giuridico.

E’ molto importante avere le idee chiare al riguardo, per rispondere nel modo più appropriato.

Cos’è il rischio giuridico?

 Nel caso di adozione nazionale, a volte succede che il Tribunale per i minorenni  debba gestire casi di bambini ancora non dichiarati in stato di abbandono. Ciò può avvenire per svariati motivi: perchè qualche parente ha fatto opposizione, per esigenza di ulteriori accertamenti …

 In questi casi il Tribunale, per evitare una lunga permanenza dei bambini in istituto o in situazioni comunque incerte, li propone in adozione “a rischio giuridico”. Ciò significa che, anche se non succede spesso, c’è il rischio che il piccolo, dopo un periodo di permanenza più o meno lunga presso la sua nuova famiglia, debba ritornare con i suoi genitori biologici

L’adozione a rischio giuridico viene proposta alle  coppie che si sono dichiarate disponibili a tale eventualità.

Vantaggi e svantaggi

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di una simile scelta?

I vantaggi consistono nella possibilità di aumentare le probabilità di ricevere un bambino in adozione. Infatti, le situazioni a rischio giuridico sono parecchie, e va detto che, nella maggior parte dei casi, si concludono favorevolmente ai genitori adottivi.

Gli svantaggi consistono nella grave tensione che può provocare un’incognita del genere, e nella estrema sofferenza che può procurare l’allontanamento definitivo di un bambino che si è già accolto … di un figlio!

Occorre essere consapevoli

Essere disponibili a questo tipo di adozione richiede molta forza: ci si mette a disposizione di un bambino che ha bisogno di una famiglia senza aspettarsi nulla.

Non è detto che ci si senta pronti ad affrontare  un’esperienza del genere: meglio, allora, puntualizzarlo subito, perchè altrimenti il bambino potrebbe risentire del clima d’ansia conseguente a questa situazione di incertezza.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il pranzo di oggi , per me e mio marito, è stato funestato da una notizia triste. Nella nostra città, a poca distanza dal luogo in cui abitiamo, si è consumato un grave delitto.

La notte scorsa, un uomo è stato ucciso dal proprio figlio. Un ragazzo adottivo.Non mi dilungo sui particolari della notizia di cronaca, che potete leggere su questo sito. Ho deciso di dedicare un post alla vicenda, perchè può dare adito a dubbi, anche angoscianti. Dubbi che, nel corso di questo pomeriggio, mi sono stati manifestati da diverse persone.

Le mie riflessioni, beninteso, prescindono del tutto dalle circostanze concrete del fatto di cronaca: non conosco i protagonisti, nè le dinamiche che hanno potuto dar luogo ad un fatto così grave. Sono, le mie, considerazioni generali, che formulo, lo ribadisco, cercando di dare una risposta a chi mi ha espresso i suoi dubbi. 

Dunque: un figlio adottivo possiede un DNA diverso dal nostro ed un vissuto pregresso lontano da noi. Può riservarci sorprese? 

Un figlio è sempre “a scatola chiusa”

La verità è che i figli, anche se li abbiamo generati noi, possono sempre comportare dei problemi. I tanti ragazzi che la fanno da protagonisti nelle cronache dei nostri giorni sono figli biologici dei loro genitori. E la triste vicenda di Erika ed Omar, avvenuta a Novi Ligure il 21 febbraio 2001, ce lo conferma. 

Quindi, ciò che va fatto prima di tutto è interrogarsi sui rischi che nella società odierna corrono i nostri ragazzi; sulle conseguenze che alcune abitudini di vita, pure date per “normali”, possono avere; sulle insidie che certi modelli, che vengono loro proposti in continuazione, in realtà nascondono. E sulle modalità più efficaci per aiutarli a crescere in un mondo complesso come il nostro. Tutti i nostri figli, naturali e adottivi.

A questo punto, la domanda iniziale va corretta, ed il campo di osservazione si restringe: un figlio adottivo è più esposto, rispetto ad un figlio biologico, ad assumere nel tempo comportamenti deludenti, indesiderati o, addirittura, pericolosi?

Adottare un bambino è impegnativo, ma non rischioso
 
 
 

 

Un minore dichiarato adottabile è, in ogni caso, un bambino con un vissuto di sofferenza alle spalle. E la sofferenza provata nella prima infanzia può (anche se non necessariamente) avere delle conseguenze. Nella maggior parte dei casi, si tratta di insicurezza e scarsa autostima. Spesso, ci può essere difficoltà nell’inserimento e nel rendimento scolastico, specie per i piccoli stranieri. Più raramente, si tratterà di problemi di relazione: con i nuovi genitori, con eventuali fratelli, con i coetanei.

E’ importante, allora, per gli aspiranti genitori adottivi, essere ben attrezzati fin dal momento della presentazione della domanda di adozione. Essere consapevoli, fin dall’inizio, che potrebbe essere necessario gestire qualche problema. E, se non ci si sente di farlo, rinunciare.

Successivamente all’adozione, occorre agire immediatamente se il piccolo manifesta delle difficoltà. Dedicargli del tempo. E chiedere il consiglio e l’aiuto di persone esperte. Nella maggior parte dei casi, tutto si risolve.

E da qui al crescere un potenziale omicida, ce ne corre.

Guardiamo le statistiche
 
Purtroppo, negli ultimi anni, le cronache hanno spesso riportato notizie di figli che uccidono i genitori. La vicenda di Erika ed Omar ci ha tenuti incollati agli schermi televisivi per giorni e giorni; oggi non è più così, putroppo ci andiamo assuefacendo all’orrore. Di tanto in tanto sentiamo al telegiornale di un genitore ucciso, e ci limitiamo ad ascoltare distrattamente, magari dispiacendoci per la povera vittima; ma poco dopo non ci pensiamo più.

 

Ma quanti di questi disgraziati che uccidono i genitori sono figli adottivi? Guardiamo le statistiche, e capiremo che l’adozione, in questi casi, non c’entra proprio niente.

 

Durante il percorso che conduce all’adozione, gli aspiranti genitori affrontano dei colloqui con gli esperti del Tribunale per i minorenni: di solito psicologi.

Nel corso di tali colloqui, viene loro chiesto se sono disposti a rivelare al bambino adottato la sua condizione. Spesso la risposta è negativa o, quanto meno, carica di perplessità.

La reazione, sul piano umano, è più che comprensibile: infatti l’intenzione della coppia è quella di sperimentare una genitorialità del tutto simile a quella biologica, vivendo il proprio rapporto con il figlio adottivo “come se” fosse stato realmente generato.

Vediamo quindi di capire meglio perchè è, invece, preferibile entrare nell’ordine di idee di rivelare al proprio bambino la sua condizione di figlio adottivo.

Cosa prevede la legge

L’adozione è disciplinata dalla legge 4 maggio 1983 n.184. Tale provvedimento ha subìto, nel tempo, alcune modifiche, anche sostanziose.

Una di queste è stata introdotta con la legge 28 marzo 2001 n.149, che ha modificato l’art. 28 della legge n.184. Quest’ultimo, dunque, nella sua nuova formulazione, stabilisce che “Il minore adottato è informato di tale sua condizione ed i genitori adottivi vi provvedono nei modi e termini che essi ritengono più opportuni”.

In passato i genitori adottivi potevano scegliere liberamente se rivelare o no la verità al proprio figlio; per effetto della modifica introdotta nel 2001 sono invece obbligati a farlo. E non quando raggiungerà la maggiore età, ma prima: la norma infatti, dice che “il minore adottato viene informato”; e “minore” è, appunto, un soggetto che non ha ancora compiuto i diciotto anni.

La ratio della norma

Ma qual è la ratio (termine tecnico che indica la ragione giustificatrice) della norma? Non sarebbe meglio, con buona pace di tutti, mettere sul passato del bambino un macigno non più rimuovibile?

L’innovazione dipende da quello che si è registrato nell’esperienza concreta.

Un giovane che viene a sapere, casualmente, di essere stato adottato può vivere tale scoperta come un tradimento da parte di coloro che ha sempre ritenuto propri genitori biologici. Insieme alla certezza sulla propria origine, il ragazzo vede crollare tutto il sistema di credenze sul quale ha impostato la propria esistenza. Se un dato scontato come l’appartenenza familiare viene meno, tutto diventa incerto.

E non servirà a nulla spiegargli che i suoi genitori adottivi gli hanno nascosto la verità animati dalle migliori intenzioni, prima tra tutte quella di proteggerlo, di evitargli sofferenza.

Molto meglio, quindi, che il figlio apprenda della propria condizione fin da bambino. Dei modi parleremo più diffusamente in seguito; quello che è certo, però, è che i bambini hanno una maggiore capacità di accogliere e di integrare nella propria vita una simile rivelazione.

Come comportarsi

A questo punto vorrei rassicurare gli aspiranti genitori adottivi con la mia personale esperienza.

Quando mio figlio è entrato nella nostra famiglia, aveva già compiuto sette anni. Quindi sapeva perfettamente che mio marito ed io non lo avevamo messo al mondo. Ciò nonostante, in maniera lenta ma costante, ha sviluppato un senso di appartenza ed un amore nei nostri confronti, da fare invidia a molte coppie di genitori biologici.

Come ciò sia avvenuto è, per ora, troppo lungo da raccontare: ci vorrebbe ben altro che un post! Ma ci arriveremo. Quello che voglio dire è che il sapere o non sapere di essere figli adottivi non c’entra nulla con l’amore filiale, che può nascere e svilupparsi anche in presenza di una piena conoscenza della propria condizione. A patto di pensarci in tempo e di svolgere un lavoro adeguato.

Quindi è conveniente che la coppia che vuole adottare un bambino prenda coscienza di tutto questo, e, alla domanda dell’esperto del Tribunale dei minori (”Rivelereste al vostro bambino la sua condizione di figlio adottivo“?),  sia in condizione di rispondere  affermativamente. Non per finzione, intendiamoci, ma in modo sincero e consapevole.

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